Intervento Ministro Messa Università degli studi di Brescia

L’intervento del Ministro dell’Università e della Ricerca, Cristina Messa, all’inaugurazione dell’anno accademico dell’Università degli studi di Brescia, alla presenza del Presidente della Repubblica Sergio Mattarella.

Intervento Ministro Cristina Messa

 

 

Signor Presidente. Magnifico Rettore. Autorità.

Colleghe, Colleghi. Studentesse e studenti. Gentili ospiti.

Grazie per l’invito all’inaugurazione del 39° anno accademico.

Sono contenta che questa cerimonia, così importante e significativa per ogni comunità accademica possa tenersi, finalmente, in presenza.Il ritorno alla prossimità sociale è un segnale di ripartenza importante per tutti noi, e ancor più in un territorio così duramente provato.

In questi mesi difficili abbiamo imparato come, pur a fronte di significative differenze, dobbiamo saperci riconoscere come un’unica comunità, all’interno della quale ciascuno è responsabile della propria e altrui libertà e sicurezza.

Durante questo periodo, le scuole e le università hanno pagato un prezzo molto alto. Nonostante gli incredibili sforzi fatti per assicurare continuità ai servizi, alla didattica, alla ricerca.

Ma la trasmissione dei saperi non è unidirezionale. Il sapere è scambio, è condivisione, è esperienza di prossimità culturale e sociale.

Di conseguenza la didattica a distanza, che si è rivelata necessaria e utile durante la pandemia, deve restare ciò che è ovvero uno strumento tra i tanti a disposizione delle comunità scolastiche e accademiche per condividere e favorire l’interazione fra saperi, per ampliare la sfera della formazione, per consentire una prosecuzione dei tempi di fruizione e di approfondimento.

Se in queste settimane il dibattito sulle riaperture, sulla didattica si è focalizzato principalmente sulla scuola, è stato altrettanto pesante quanto hanno vissuto i giovani universitari, alcuni dei quali si sono laureati quasi senza vedere un’aula.

Le università, oltre a essere luoghi dove si genera e trasferisce conoscenza, sono comunità vive che formano donne e uomini, pienamente integrati nella società, capaci di affrontare i cambiamenti e orientare il futuro. Queste competenze si acquisiscono frequentando le aule, le biblioteche, i laboratori, le mense e ogni spazio universitario disponibile, organizzando lezioni, iniziative, confrontandosi, discutendo, a volte anche animatamente.

Attività che si svolgono sempre con la consapevolezza e con l’orgoglio di sentirsi e riconoscersi come una comunità dove tutti, i giovani in particolare, vivono una delle stagioni più entusiasmanti e forti della propria vita.

Stagioni che infiammano passioni e animano quella che Georges Bernanos definisce «la febbre della gioventù» l’unica capace di mantenere il resto del mondo alla temperatura normale. «Gioventù che quando si raffredda, il resto del mondo batte i denti.»

Anche per tali ragioni, il ritorno in presenza, la riapertura progressiva dell’università, non è, né dovrà essere un ritorno a come era prima.
La pandemia è stata per noi tutti, poi, una grande lezione sotto il profilo scientifico e sull’unicità del sapere.

La rapida individuazione e messa in produzione dei vaccini, la collaborazione fra scienziati di discipline diverse, le decisioni politiche suffragate da pareri scientifici hanno dimostrato l’interdipendenza delle conoscenze e delle tecnologie facendo emergere la necessità di disporre e favorire le relazioni fra più conoscenze nonché la capacità di attraversare con pari sicurezza saperi scientifici, tecnologici, umanistici e artistici.

Di conseguenza la ricostruzione della società post pandemica non potrà che ripartire da questa unicità del sapere.

A tal fine, sarebbe opportuno integrare l’attuale concetto di STEM (Science, Technology, Engineering and Mathematics) con la A di Arts per trasformalo in STEAM, che nella cultura significa recuperare e valorizzare quella sintesi creativa di competenze e saperi molteplici che ebbero nella stagione rinascimentale una delle espressioni più alte e significative.

Del resto sebbene i processi innovativi poggino prevalentemente su robuste conoscenze scientifiche e tecnologiche, è altrettanto vero che questi processi sono innescati da curiosità, creatività, da un pensare diverso, la cui formazione richiede una cultura sempre più ampia, articolata.

Da qui l’unicità e la bellezza di tutta la ricerca: non c’è una ricerca di base e una applicata, una mossa dalla sola curiosità esplorativa, un’altra da finalità applicative: oggi la velocità con cui una ricerca di base diventa applicata è tale da non poter più distinguere nettamente tra le due, come d’altra parte una conoscenza applicata può sviluppare delle conoscenze di base che cambiano totalmente il settore scientifico di riferimento.

Esiste quindi solo una buona ricerca e una cattiva ricerca. Se si guarda alle grandi svolte del pensiero scientifico e dell’innovazione tecnologica si coglie sempre l’originale creatività che travolge qualunque steccato disciplinare.

Per questo mi piace parlare non più solo di STEM, ma di STEAM.

Anche per altri due ordini di fattori.

Il primo. Investire sull’unità differenziata del sapere oltre a irrobustire le competenze attribuisce un vantaggio competitivo senza pari. Consente di arricchire il proprio bagaglio epistemologico con sensibilità e interessi sempre più ampi.

Le persone con tali profili favoriscono inclusione e cambiamento, perché non hanno paura del nuovo, di chi è altro da sé. Sanno far buon uso della ragione e del sapere, oltre che del saper fare e saper far fare.

Il secondo, consentitemi, è per una divagazione linguistica sull’acronimo STEAM.

Mi piace pensare che questo acronimo nella nostra lingua trovi traduzione compiuta nel termine «vapore». Il vapore, o meglio le macchine a vapore, hanno inaugurato la prima grande rivoluzione industriale, messo in moto il mondo, ridotto le distanze, dato un nuovo passo e peso al tempo e al lavoro.

La «macchina a vapore» del futuro è la conoscenza integrata di saperi diversi e multiformi, una conoscenza capace di valorizzare e fare sintesi delle differenze, anzi su di esse fare leva per avanzare e proiettarsi nel futuro.

Ma per far avanzare le conoscenze c’è bisogno di risorse e di intelligenze.

Come sosteneva con lungimiranza Vito Volterra, il fondatore del Consiglio Nazionale delle Ricerche, «l’entusiasmo e il genio da soli non bastano. Il genio non può distendere le ali, l'entusiasmo non può prendere il suo slancio se i mezzi di studio non corrispondono alle esigenze della scienza moderna e se non si provvede a creare un ambiente nel quale possano formarsi sin dai giovani anni i nuovi cultori delle discipline scientifiche».

L’investimento complessivo in ricerca e innovazione, pari ora all’1,4% del PIL contro una media UE del 2,1%  è ancora significativamente distante dal 3,1% della Germania. E dal 2013 la spesa pubblica in R&S è in calo. Ciò ha comportato, tra i tanti effetti negativi, un insufficiente numero di ricercatori e la bassa capacità innovativa del Paese.

Ma per la prima volta nella storia di questo Paese, disponiamo di un intervento straordinario per la ricerca e l’alta formazione, circa 15 miliardi in sette anni che consentiranno, congiuntamente a una stagione di riforme condivise di invertire la rotta.

Per farlo c’è bisogno dell’impegno e dell’intelligenza di tutti e dei giovani in particolare che invito, nonostante tutte le criticità, le debolezze e le contraddizioni del sistema, ad avere fiducia e a continuare a credere nel valore edificante della ricerca e della formazione.

Per questo vi invito a non demordere, a non arrendervi. A essere ottimisti.

Entusiasmo, passione e talento emergeranno e sapranno sempre guidare il cambiamento.

Buon anno accademico.